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1.3. La tutela dei prodotti tipici

La tipicità è oggetto d’attenzione del legislatore italiano e comunitario con il fine di garantire un elevato livello di tutela per produttori e consumatori. I primi richiedono salvaguardia nei confronti di altre imprese realizzatrici che possono creare un’indebita concorrenza facendo leva su un legame territoriale che in realtà non hanno. I consumatori richiedono che i prodotti acquistati mantengano la qualità promessa, ossia che siano realizzati rispettando un preciso processo di produzione e siano tutelati anche sotto il profilo informativo: “considerando che data la diversità dei prodotti immessi sul mercato e il numero di informazioni fornite al riguardo il consumatore deve disporre, per operare una scelta ottimale, di informazioni chiare a sintetiche che forniscano esattamente l’origine del prodotto” (Reg. Ce 510/20064). La tutela giuridica dei prodotti tipici affonda le proprie radici nelle normative nazionali in tema di marchi collettivi precisamente all’articolo 2570 cod. civ. Questi tipi di marchi si distinguono nettamente dai marchi d’impresa in quanto titolare del marchio collettivo è un soggetto che svolge la funzione di garantire l’origine, la natura o la qualità di determinati prodotti o servizi. Non è utilizzato dall’ente che ne ha ottenuta la registrazione ma viene concesso in uso a produttori o commercianti consociati che s’impegnano a rispettare nella loro attività le norme statutarie fissate dall’ente e a consentire i relativi controlli. Questi marchi sono di regola utilizzati in aggiunta a quelli individuali e assolvono una funzione di garanzia della qualità o della provenienza del prodotto (Campobasso, 2004, 73). La comunità europea ha deciso di affiancare alla disciplina nazionale un regolamento comunitario con l’obiettivo di uniformare le distinte normative nazionali, favorendo la conservazione e valorizzazione delle diversità e delle specificità delle singole areterritoriali.

Per proteggere la tipicità di alcuni prodotti alimentari, l’Unione Europea ha varato una precisa normativa, stabilendo due livelli di riconoscimento: DOP e IGP. La sigla DOP, Denominazione di Origine Protetta, estende la tutela de marchio nazionale DOC (Denominazione di Origine Controllata) a tutto il territorio europeo e, con gli accordi internazionali GATT, anche al resto del mondo.

Il marchio designa un prodotto originario di una regione e di un paese le cui qualità e caratteristiche siano essenzialmente, o esclusivamente, dovute all’ambiente geografico (termine che comprende i fattori naturali e quelli umani). Tutta la produzione, trasformazione e l’elaborazione del prodotto devono avvenire nell’area delimitata.

È quindi un riconoscimento assegnato ai prodotti agricoli e alimentari originari di una regione, di un paese o di un luogo determinato e le cui fasi del processo produttivo, di trasformazione ed elaborazione, conformi a un disciplinare di produzione, siano realizzate nella stessa area geografica delimitata e caratterizzata da perizia riconosciuta e constatata. La qualità e le caratteristiche del prodotto sono dovute essenzialmente o esclusivamente all’ambiente geografico, comprensivo dei fattori naturali ed umani.

 

Figura 1.1 -Il marchio DOP5

Fonte: www.agraria.org

La sigla IGP, Indicazione Geografica Protetta, introduce un nuovo livello di tutela qualitativa che tiene conto dello sviluppo industriale del settore, dando più peso alle tecniche di produzione rispetto al vincolo territoriale. La sigla identifica quindi un prodotto originario di una regione e di un paese le cui qualità, reputazione e caratteristiche si possono ricondurre all’origine geografica, e di cui almeno una fase della produzione, trasformazione ed elaborazione avvenga nell’area delimitata.

Figura 1.2 -Il marchio IGP

Fonte: www.agraria.org

Entrambi questi riconoscimenti comunitari costituiscono una valida garanzia per il consumatore, che sa così di acquistare alimenti di qualità, che devono rispondere a determinati requisiti e sono prodotti nel rispetto di precisi disciplinari. Costituiscono una tutela anche per gli stessi produttori, nei confronti di eventuali imitazioni e concorrenza sleale. Per ottenere l’IGP è sufficiente che una sola fase della produzione sia strettamente legata all’ambiente geografico, mentre per ottenere la DOP è necessario che l’intero ciclo di produzione sia localizzato all’interno di un’area geografica ben delimitata e non riproducibile al di fuori di questa. Accanto a questi due marchi, l’UE ha istituito anche “un’attestazione di specificità” che si concreta nella denominazione di STG (Specialità Tradizionale Garantita): è il riconoscimento, ai sensi del Reg. CE 510/06, del carattere di specificità di un prodotto agro-alimentare, inteso come elemento o insieme d’elementi che, per le loro caratteristiche qualitative, distinguono nettamente un prodotto da altri simili. Ci si riferisce a prodotti ottenuti secondo un metodo di produzione tipico tradizionale di una particolare zona geografica, al fine di tutelare la specificità. Sono esclusi da questa disciplina i prodotti il cui carattere peculiare sia legato alla provenienza o origine geografica; questo aspetto distingue la denominazione STG dalle DOP e dalle IGP. I prodotti con questa denominazione sono ancora pochi anche a livello europeo: l’Italia vanta come prodotto tutelato dal marchio STG la “mozzarella” che ha ottenuto tale riconoscimento nel 1998.


Figura 1.3 -Il marchio STG

Fonte: www.agraria.org

E’ di prossima pubblicazione un’indagine di ISMEA-Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare-su DOP e IGP. L’indagine, condotta tra il 2008 e il 2010 presso 50 catene della grande distribuzione organizzata, analizza il posizionamento di mercato dei prodotti tutelati da marchi comunitari e la percezione del consumatore. Dalla valutazione dei risultati, emerge che resta circoscritto il grado di conoscenza dei consumatori italiani in materia di prodotti DOP e IGP. Un fattore che in generale si riflette sulla capacità di attribuire il giusto valore alle denominazioni d’origine, di coglierne appieno le caratteristiche distintive e di riconoscere loro un premium price, cioè un prezzo superiore a quello di mercato. Sono inoltre individuate alcune aree di criticità che investono principalmente la sfera della conoscenza del consumatore e quella dei rapporti tra produttori e retailer, con le logiche della distribuzione moderna che appaiono spesso distanti dal mondo produttivo di riferimento. In alcuni comparti merceologici, il vasto assortimento dell’offerta e l’ampia segmentazione in termini di prezzi e linee/formati induce spesso confusione nel cliente. Nel banco take away, ad esempio, è frequente il rischio di banalizzazione del prodotto DOP/IGP e d’indistinguibilità rispetto al convenzionale, mentre nella vendita assistita appare fondamentale il ruolo del banconista. L’analisi di posizionamento ha anche evidenziato alcune dissonanze nei rapporti tra produttore e insegne distributive. Spesso forniture non adeguate ai requisiti e ai quantitativi richiesti dalla grande distribuzione vengono infatti penalizzate sia nelle politiche di referenziamento, sia nell’allocazione sullo scaffale. L’indagine dell’ISMEA individua, infine, una serie di azioni correttive di marketing declinate a livello d’iniziative di carattere istituzionale, aziendale e distributivo, essenzialmente finalizzate a ridurre il gap informativo ora esistente e a migliorare la conoscenza sui prodotti alimentari di qualità. Un’altra categoria di prodotti tipici è quella dei “prodotti comunali”. Si tratta di una proposta per valorizzare le attività agro-alimentari locali con sigla “De.Co” (denominazione comunale d’origine). Attraverso l’apposizione di questo marchio, si mira a promuovere quei prodotti che rischiano l’estinzione e la cui limitata rilevanza economica non giustificherebbe una tutela di tipo nazionale. La Denominazione Comunale non è un marchio di qualità, ma la carta d’identità di un prodotto, un’attestazione che lega in maniera anagrafica un prodotto/produzione al luogo storico di origine. Attraverso l’istituzione della De.Co., ogni Comune, con una procedura amministrativa semplice e lineare, può conseguire importanti obiettivi in ambito economico e sociale come ad esempio rilanciare e valorizzare la produzione locale legata all’agroalimentare, all’enogastronomia, all’artigianato così come alla cultura popolare presente sul territorio, promuovendolo attraverso le sue specificità produttive, salvaguardare il patrimonio culturale e le tradizioni locali dai processi di globalizzazione uniformanti anche nel gusto e nell’alimentazione.

Figura 1.4 -Il marchio De.Co.

Fonte: www.anci.it

La De.Co. è una realtà innovativa che restituisce agli abitanti le ricchezze del territorio e la loro tutela privilegia, chi il territorio lo vive: la Comunità che è chiamata a difendere e a riconoscere ciò che ne fa la storia e che nessuno potrà mai appiattire o imitare. Il vero “giacimento” del Paese è costituito dalla grandissima ricchezza di culture, di usi, di tradizioni che si possono incontrare negli oltre ottomila Comuni di ogni parte d’Italia. La continuità di questo progetto dipenderà molto dalla capacità di coinvolgere i cittadini, i produttori presenti sul territorio, le organizzazioni del settore, gli enti di promozione e tutti gli altri interlocutori utili e necessari. Ciò con l’obiettivo di recuperare l’identità di un territorio, rendendone il più possibile autentiche le peculiarità. All’inizio del 2010 lo Stato membro dell’Unione Europea che aveva registrato il maggior numero di prodotti alimentari tipici era l’Italia, con 181, seguita da Francia

(166) e Spagna (124). In tutta l’Unione Europea i prodotti alimentari tipici erano 8486.

6 Fonte: Euro Genuine Food • DOP • IGP • STG. sicilydistrict.eu

Fonte: http://europa.eu/

Tabella 1.2 -Alcuni esempi di prodotti tipici.

Stato membro dell’Unione Europea Prodotto DOP Prodotto IGP Prodotto STG
Italia PROSCIUTTO DI PARMA, PECORINO SARDO, MOZZARELLA DI BUFALA CAMPANA, GRANA PADANO, PARMIGIANOREGGIANO, ASIAGO LARDO DI COLONNATA, POMODORO DI PACHINO mozzarella
Francia ROQUEFORT
Spagna JAMÓN SERRANO
Grecia Feta
Belgio Lambic

Fonte: http://europa.eu/

Un aspetto importante richiamato nel Regolamento 510/06 è dato all’art.13 dalla tutela conferita alle indicazioni geografiche in presenza di:

a) qualsiasi impiego commerciale diretto o indiretto di una denominazione registrata per prodotti che non sono oggetto di registrazione, nella misura in cui questi ultimi siano comparabili ai prodotti registrati con questa denominazione o nella misura in cui l’uso di tale denominazione consenta di sfruttare la reputazione della denominazione protetta;

b) qualsiasi usurpazione, imitazione o evocazione, anche se l’origine vera del prodotto è indicata o se la denominazione protetta è una traduzione o è accompagnata da espressioni quali «genere», «tipo», «metodo», «alla maniera», «imitazione» o simili;

c) qualsiasi altra indicazione falsa o ingannevole relativa alla provenienza, all’origine, alla natura o alle qualità essenziali dei prodotti usata sulla confezione

o sull’imballaggio, nella pubblicità o sui documenti riguardanti i prodotti considerati nonché l’impiego, per il condizionamento, di recipienti che possono indurre in errore sull’origine;

d) qualsiasi altra prassi che possa indurre in errore il consumatore sulla vera origine dei prodotti.

Rimane l’impossibilità di registrare le denominazioni divenute generiche, intendendo per esse «il nome di un prodotto agricolo o alimentare che, pur collegato col nome del luogo o della regione in cui il prodotto agricolo o alimentare è stato inizialmente ottenuto, o commercializzato, è divenuto, nel linguaggio corrente, il nome comune di un prodotto agricolo o alimentare». Per determinare se una denominazione sia divenuta generica o meno, si tiene conto di alcuni fattori, in particolare la situazione esistente nello Stato membro in cui il nome ha la sua origine e nelle zone di consumo, la situazione esistente in altri Stati membri e le pertinenti legislazioni nazionali o comunitarie7.